A Fare le Ore Piccole per Sentirci Grandi
- Maddalena Mizzoni
- Jan 15
- 4 min read
C’è stato un momento, lunedì mattina, in cui ho capito che qualcosa in me, nella mia vita, nella mia visione del mondo e di me stessa, si era incrinato.
Era il mio terzo caffè, la luce artificiale già accesa anche se fuori era giorno, e io seduta a una scrivania che avevo desiderato per anni senza averla mai immaginata davvero. Vent’anni. Primo lavoro. Parlamento Europeo. E una domanda che non avevo previsto: e se fosse questo?
Siamo (o almeno io lo sono) cresciuti dentro una storia raccontata bene, forse pure troppo: studi, resisti, migliori, poi lavori. E nel lavoro trovi una forma, un nome, una funzione. Prima sei “in divenire”, dopo sei “qualcuno”. Ci hanno insegnato che il lavoro non è una parte della vita, ma il suo centro morale. Che lì dentro si misura il valore, la serietà, la riuscita. Che tutto il resto è contorno, tempo perso, giovinezza da superare, momenti da mettere nel cassetto dei ricordi.
Io quella storia l’ho presa sul serio, un po’ per il mio femminismo che mi spingeva ( e mi spinge tutt’ora) a immaginarmi in carriera, risoluta e mai debole e rendere giustizia alle donne che hanno lottato affinché io potessi avere il diritto di sognare; un po’ per della sana ambizione in una società capitalista e stakanovista che misura il nostro valore in base a quanto è pieno il nostro Google calendar.
Da che ne ho memoria, ho avuto una voglia smisurata e inspiegabile di sentirmi grande. Non solo adulta: legittima direi. Fantasticavo su una me futura sempre occupata, sempre richiesta, sempre importante, sempre necessaria. Una donna in carriera, dicevo, come se fosse una categoria stabile, una forma geometrica. Tacchi a spillo, riunioni, parole dette con sicurezza (o almeno così vedevo nei film). Uno scopo chiaro, riconoscibile, approvato. Pensavo che lo scopo fosse qualcosa che ti viene dato, come un badge.
Da adolescente anticipavo la vita. Facevo le cose da adulta per sentirmi viva: a 15 anni uscivo con blazer scuri e rigidi, eyeliner nero, tacchi che mi facevano camminare male e dicevo che era stile. In realtà era fretta. Fretta di scappare da quel corpo ancora morbido, da quelle guance paffute che mi ricordavano che ero piccola, e che essere piccola non bastava.
Oggi entro in ufficio con le adidas samba leopardate e i lacci arancioni. Mi dico che è libertà, probabilmente è un’altra forma di difesa.
Anche adesso sto nascondendo qualcosa: la paura. Mentre scrivo questo articolo mi rendo infatti conto che la paura più grande non è lavorare, quello mi stimola e mi mette davanti a sfide che mi incuriosiscono.
La mia vera paura è diventare grigia. Uguale. Intercambiabile. Un po’ come i cieli di questa Bruxelles sempre triste. Una città che sembra popolata da sims: persone che si muovono secondo traiettorie prevedibili, con le stesse espressioni, gli stessi cappotti, le stesse pause pranzo. Come se il grigio si fosse attaccato anche a loro, non solo ai palazzi. Ho paura di diventare così. Di svegliarmi un giorno e scoprire che mi muovo per inerzia, che reagisco invece di scegliere, che non distinguo più un lunedì da un giovedì. E tutto in questo mondo sembra raccontare la stessa storia. Per esempio, nella mensa del Parlamento ho mangiato tutti piatti corretti, equilibrati, dimenticabili. Tutto al posto giusto. Tutto senza sapore. E ho pensato che il lavoro è così. Non fa male. Ma non lascia gusto.Al lavoro manca il sale. Al lavoro manca sapore.
Questo ho visto in questi primi 3 giorni di lavoro. Che anche quando sei nel posto “giusto”, anche quando sei dove dovresti essere, puoi sentire che qualcosa non arriva. Che ti stai appiattendo piano, senza accorgertene. Che stai imparando a parlare una lingua neutra, a pensare in modo prudente, a smussare gli angoli.
È lì che ho capito davvero i CCCP. Non studio non lavoro non guardo la tv / non vado al cinema non faccio sport. Ora comprendo il rifiuto istintivo di una vita tutta composta, tutta spiegabile, il tentativo di salvare una parte di sé dall’omologazione e di dire “ io non sono solo quello che faccio dalle nove alle sei”
Perchè no, io non sono le email a cui rispondo, le commissioni che seguo e neanche la velocità delle mie dita sulla tastiera del mio Mac quando scrivo lettere.
Piuttosto, io sono tutte le ore piccole che ho fatto, le sregolatezze che mi sono concessa, l’amore smisurato che ho provato.
Le ore piccole (quelle per cui sono stata regolarmente rimproverata da mia madre e da mia zia) diventano allora un ricordo che mi fa un po' da ombrello. Notti sbilenche, che non portano da nessuna parte, senza un perché. Parole che si allungano più del necessario, idee troppo grandi per stare in piedi, risate che scoppiano quando sarebbe già tardi per tutto. Ore che non producono nulla, e proprio per questo valgono. In quel tempo non devi funzionare, non devi tenere il ritmo, non devi essere coerente. Puoi perderti, cambiare idea, esistere senza forma. E soprattutto, lì, non diventi grigia.
Ora il giorno pretende tutto. Il tempo viene spezzettato, misurato, riempito. E se avanza qualcosa, ti senti in colpa. Ma forse per diventare la donna adulta che ho sempre sognato di essere devo imparare a non accettare ogni regola, permettermi di disobbedire, mantenere uno spazio che non produce, che non rende, che non ha sapore per nessuno tranne che per me.
Io lavoro. Ho iniziato. Entro in un palazzo che pesa di decisioni e parole importanti. Faccio quello che va fatto. Ma tengo stretta quella paura di diventare grigia, perché è la paura che mi tiene sveglia.
Continuo a fare le ore piccole, almeno dentro.
Continuo a cercare il sale dove non è previsto.
Continuo a voler sentire qualcosa, anche se non serve a niente.
Non voglio smettere di avere fame. Anche quando mi dicono che dovrei essere sazia.




Comments