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Momenti di Trascurabile Felicità


Per gran parte della mia vita adulta non mi sono considerata una persona felice.

Non perché la mia esistenza fosse priva di gioie, anzi, ma perché ho sempre avuto l’idea, radicata e tenace, che si potesse avere di più. Qualunque cosa avessi, qualunque emozione provassi, mi sembrava provvisoria, incompleta, destinata a essere superata da un’altra più piena, più intensa, più “vera”.

Questo meccanismo non riguardava soltanto le cose materiali, anche se è da lì che probabilmente ho imparato la lezione. La logica del capitalismo, che non dice mai “questo basta”, ma sempre “puoi avere altro”, si era insinuata nel mio modo di vivere le emozioni. Non aspettavo una “cosa” piú bella o migliore, aspettavo una felicità più alta, un amore più potente, un entusiasmo più grande. Tutto ciò che avevo non bastava. Così ho inventato una mia economia interiore, una forma di capitalismo sentimentale. Ogni emozione che provavo perdeva valore nello stesso momento in cui la sentivo, perché già la confrontavo con quella che immaginavo sarebbe arrivata dopo. Non mi permettevo mai di fermarmi, di considerare compiuto un istante.

In questo modo ho vissuto molti anni consumando senza accumulare nulla. Ogni gioia si consumava in fretta, ogni dolore era solo un preludio a un dolore “più vero”. E così, alla fine, restavo appesa, sempre a metà, perennemente con l’amaro in bocca, tipico di un’insoddisfazione della quale non si riesce a capire il motivo.


Poi si cresce, il lobo frontale si sviluppa, si inizia ad ascoltare la musica che piace ai nostri genitori e ad apprezzare i vestiti della mamma e si capisce una cosa che sembra banale, ma non lo è. Che la vita non funziona come una scala di intensità. Non c’è un’emozione più autentica di un’altra. Non c’è un amore “più vero” o una felicità “più completa” che aspetta in fondo al corridoio. Oppure magari c’è anche un amore più vero, puro e onesto. Ma soltanto perché quando arriva siamo pronti: abbiamo la lucidità di essere onesti con noi stessi, riconoscere i nostri sentimenti e portarli addosso con fierezza. Se l’amore è più vero, puro e onesto è solo perché in quel momento lo siamo noi. E magari quell’amore arriva perché eravamo pronti a saperlo ricevere.


Dopo quasi 20 anni su questo pianeta, negli ultimi mesi la vita mi ha messo davanti all’idea che la felicità non è avere di più. È smettere di misurare. È imparare a restare dentro ciò che accade, senza metterlo a confronto con ciò che potrebbe accadere. È saper guardare la piccolezza, il frammento, l’irrilevanza quotidiana, e riconoscerne la natura nello schema più grande dele cose.


Per questo ho deciso di raccogliere un inventario delle cose che, senza particolare clamore, mi danno la misura di una felicità possibile, quotidiana, vicina. Un elogio delle piccolezze che mi fanno venire voglia di svegliarmi al mattino.


Lo condivido sperando possa essere utile anche a voi lettori;)


I miei momenti di trascurabile felicità.

  • Quando arriva il messaggio: “esci, sono da te”.

  • Il “pacco da giù”.

  • Il vassoio in pasticceria con il mio nome scritto a penna.

  • Le macchine degli amici che si parcheggiano sotto casa, una dopo l’altra.

  • Il drive di notte.

  • Godspeed di Frank Ocean alle due di notte in macchina.

  • L’odore della crema per corpo sul pigiama.

  • Alla cassa al supermercato, quando ti fanno passare davanti perché hai solo una cosa.

  • Le dediche sui libri.

  • Il 59 Rue de Rivoli.

  • Il pubblico che canta più forte del cantante.

  • Il cinema di pomeriggio e quando esci è già buio.

  • L’aereo che stacca le ruote da terra.

  • Le colonne sonore dei film.

  • La Feltrinelli di Via Vittorio Emanuele Orlando.

  • Le macchinette fotografiche digitali (possibilmente economiche, possibilmente mezze rotte).

  • I sorrisi degli sconosciuti.

  • Le playlist condivise su Spotify.

  • Parigi in primavera.

  • “Madda, mi sei venuta in mente”.

  • Le commedie romantiche.

  • La crema al caffè dell’autogrill.

  • Un braccialetto dimenticato sul fondo della borsa.

  • Il vino bianco.

  • I paccheri allo scoglio.

  • I segni dell’abbronzatura.

  • La goccia di vino caduta sulla tovaglia.

  • Lo stesso messaggio vocale riascoltato tre volte.

  • “Mi manchi”.

  • I riferimenti ad HIMYM.

  • La stand-up comedy.

  • Le macchine gialle.

  • Il brunch la domenica mattina.

  • Le domeniche allo stadio con i cori.

  • Il cucchiaio che batte contro la tazza mentre lo zucchero si scioglie.

  • “La musica la metti tu”.

  • Le lenzuola pulite.

  • Il burro cacao sulle labbra screpolate.

  • Il chai latte.

  • I finestrini appannati.

  • Le farfalle nello stomaco.

  • Il primo giorno di scuola.

  • Le adidas spezial.

  • I treni presi all’ultimo minuto.

  • La pizza al taglio fuori da scuola.

  • I melograni sbucciati.

  • Le mani fredde infilate sotto un maglione caldo.

  • I baci dati di fretta.

  • Le lentiggini.

  • La colazione fuori.

  • I cartelli di benvenuto nell’area arrivi dell’aeroporto.

  • Le voci che arrivano dalla strada mentre non riesci a dormire.

  • Le telefonate che finiscono con “altri 5 minuti”.



Onestamente, io non mi chiedo più se esista una felicità più grande che annullerà tutte le altre. Mi basta riconoscere che, in certi istanti (tipo quelli elencati), c’è già tutto. E che il mio compito non è correre oltre, ma imparare a restare ferma abbastanza da riconoscere il mio tutto.

 
 
 

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